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Nulla è più riposante della vista offerta dalla verde distesa della Valle D’Itria, un ampio avvallamento carsico tra i colli della Murgia che degrada verso il Salento, lì dove si toccano i confini provinciali di Bari, Brindisi e Taranto. Qui l’uomo ha lavorato alacremente e faticosamente la terra, dissodandola e spietrandola, ammonticchiando le pietre divenute dimore, monumenti funebri e religiosi. Non c’è nulla di più armonioso, sembra l’opera di un architetto che per disegnarla si è ispirato esclusivamente alle forme geometriche: i rettangoli degli appezzamenti coltivati e delimitati dai muretti a secco, i cubi delle bianche casedde sovrastati dai trulli, i coni rovesciati sormontati da sfere e altri coni, la cui base è rivolta verso il cielo; ed ancora i coni troncati delle specchie o i cubi dei dolmen, altari sepolcri di eroici guerrieri, risalenti alla preistoria.

Esoterismo e magia di una terra legata ad antiche credenze, la paura dell'ignoto affrontata con il simbolismo impresso sulle chianche dei trulli, usanza tramandata di padre in figlio alla stregua di una qualsiasi eredità, perchè porta male interrompere la catena. Trulli, costruiti con la pietra che da millenni la terra pugliese offre all'uomo perchè si faccia la propria dimora: spesso uguali l'uno all'altro, diversi solo nei particolari, ma proprio in questo uniformarsi al modello della collettività, ciascuno manifestava il proprio rispetto per la tradizione e quindi il proprio diritto di cittadinanza. Il loro costituirsi il piccoli agglomerati (Contrada Marinelli, Caranna, Casalini, Sisto e Figazzano) vece esclamare al Vate che questo fosse un "paese di sogno", figli dell'orgia di pietra che ovunque straripa; costruzioni senza tempo che ricordano il Tesoro di Atreo, a Micene; prodotto di una cultura che drammaticamente si autorappresenta in queste opere.

Piazza della Quercia C.da Marinelli

Da un lato l'amore per la terra, quell'attaccamento che spezzava la schiena al contadino dall'alba al tramonto; dall'altro il timore che poi lo faceva correre via, rettaggio di tempi insicuri di malaria e briganti. Così i trulli sono stabilità e precarietà, radicamento e sradicamento; segno di una presenza, soluzione povera ed obbligata, architettura dell'uomo in piedi. Essi sono il primo esempio di coibentazione: freschi d'estate e caldi d'inverno. Sia i possenti muri, da uno a tre metri di spessore, sia il cono di copertura sono inalzati a secco, senza leganti se non le schegge di calcare: così tra un tassello e l'altro si forma una camera d'aria che assorbe gli sbalzi di temperatura e la mantiene costante, grazie anche all'intonacatura interna, di latte di calce come all'esterno. La cosiddetta passività della struttura è in grado di assorbire anche le scosse di terremoto più forti; anche i più violenti venti non lo danneggiano ma le girano attorno dissolvendosi in un ululo di rabbia. Può sembrare una follia, tirare su la copertura di un trullo, senza una intelaiatura, senza un appoggio, solamente chiancarelle, ossia lamine poggiate a mensola l'una sull'altra, in cerchi sempre più stretti fino all'imbuto finale. Un prodigio della statica, frutto dei piccoli eroi, i trullari della Valle d'itria, maghi silenziosi della tecnologia spontanea, popolo di formiche sempre costretto ad aguzzare l'ingegno per sopravvivere.

     

Così la ripartizione interna degli spazi ha poco da invidiare alle più recenti soluzioni dei moderni arredatori: con uno schema dalla semplicità quasi irridente, questi maestri resero il trullo una dimora autosufficiente per la vita e il loro lavoro degli uomini e degli animali, sfruttando al massimo ogni piccolo spazio e raccordando tra di loro singoli trulli. Tanta perfezione da rasentare la trascendenza: e non meraviglia quindi che su ogni trullo sia posto un pinnacolo, tramandando forse dai popoli primitivi, adoratori del sole e del cielo, i cui simboli, mistici ed esoterici, sono sigilli protettivi per questi tempietti che tramandano sconosciute tradizioni. Tradizioni di una campagna che pullula di suoni, sapori e profumi. La vita nella Valle D'Itria ha i ritmi cadenzati delle stagioni che si susseguono, ma le stesse ansie, passioni e speranze dei giorni che scorrono nell'attesa del raccolto, del rito della vendemmia che per l'agricoltore rappresenta il frutto di un anno di lavoro. 

Veduta della Valle d'itria

Terra di gente generosa ed ospitale, orgogliosa delle proprie origini, gelosa di storia e racchiude preziose opere d'arte ed antiche testimonianze di popoli scomparsi. La barocca Martina Franca, la civettuala Locorotondo, la bianca ostuni, le messapiche Cisternino e Ceglie, dall' alto dei loro colli delimitano, guardano, dominano e proteggono la distesa di verde, nella campagna di terra rossa e ulivi centenari, che si estende ai piedi delle Murge, accogliendo l' odore salmastro dell' Adriatico e dello Jonio, che si specchiano nel cielo azzurro e cristallino. Qualunque strada si batta, in questa splendida Valle d' Itria, si incontrano, isolate come santuari o chiuse in piccoli borghi fortificati, le masserie. Su molte di queste ora e sceso il silenzio nel perimetro dei lunghi filari dei grigi muretti che delimitano l' estensione della propietà. E' sceso il silenzio nelle stanze dove un tempo il massaro conduceva le sue giornate, nei magazzini destinati ad accogliere i raccolti, negli stazzi e nelle stalle che chiudevano pecore, vacche e cavalli. Questo silenzio sa di antico, non sa raccontare tutte le storie dei lavori e delle famiglie che vi hanno abitato, ma di quel lavoro ne di quegli uomini, in qualche modo, fa sentire la presenza, il passaggio. Lungo muretti a secco che chiudono i cortili, ci si piò immaginare i fucili appostati dei briganti. Uomini che vedevano in queste masserie, alte come cattedrali, l' immagine concreta della ricchezza: quanti scalpiti di zoccoli, in entrata e in uscita, bande che volavano su cavalli leggeri.

Masseria Alto in C.da figazzano

 Spentosi l' eco dei valori agricoli, in molte di esse, riecheggiano oggi i sapori dell' antica bellezza, trasformate in residence e centri agro-turistici che sanno abbinare le esigenze del moderno turista ai ritmi e ai tempi degli antichi contadini. 

Il dolmen di Cisternino :così chiamato dallo scopritore, lo storico Gervavio, il dolmen si trova vicino a Montalbano di Fasano, poco distante dalla statale Adriatica, nei pressi della Masseria Ottava. Detto anche Tavola dei Paladini, è di notevoli dimensioni e di struttura possente come quello dell'area di Bisceglie: 

Veduta del Dolmen di Cisternino

oggi consta di due lastroni calcarei laterali di m.1,50 x 1,70 che reggono la pietra di copertura di m. 2 x 3. Originariamente coperto da un tumulo di pietra e terra ,era preceduto da un corridoio d'ingresso, o dromos, di cui ora restano solo pallide tracce; nei suoi pressi sono stati rinvenuti diversi frammenti ceramici risalenti all'Età del Bronzo che testimoniano l'arcaicità di tali monumenti megalitici.